Ragione e emozione di Fernando Menis
L'essenza del nostro lavoro consiste nel ripetere quanto di valido emerge dal passato, recupe-rando soluzioni che già hanno dimostrato di funzionare. Il metodo si basa sul recupero delle risorse naturali e paesaggistiche, culturali e storiche, secondo i mezzi propri di ciascun proget-to e di ciascun luogo. Questa necessità proviene forse dalla mentalità di una generazione che è cresciuta accumulando risorse da utilizzare poi, o anche dalla coscienza di abitare un territorio limitato e prezioso come le Isole Canarie.
Catalizzatore di gran parte della nostra produzione, l'arcipelago costituisce un punto di incon-tro privilegiato fra i continenti europeo, americano e africano. Uno strano paesaggio sorto dal-la stratificazione di successive eruzioni vulcaniche e nel quale tutti gli elementi naturali – ma-re, cielo, luce e territorio – configurano un ambiente di assoluta singolarità.
Allo stesso modo, il risultato del nostro lavoro può intendersi come conseguenza di una so-vrapposizione di influssi, di una certa lettura della modernità e di una serie di condizionamenti economici e costruttivi. Ogni progetto deriva da un ampio e complesso processo di avvicina-mento e di revisione del suo contenuto, nel quale l'architetto, come pure il committente, ade-gua le esigenze programmatiche a determinate possibilità e disponibilità.
Il sentire comune nell'affrontare la materia prima e il suo autentico potenziale costituisce il marchio nel quale si coniugano ragione ed emozione, le due categorie presenti in tutta la no-stra opera e nella mia propria evoluzione personale. Il grado in cui questa dicotomia condizio-na la nostra architettura si manifesta nella visibilità della sua forza e determina le linee di ri-cerca che strutturano il nostro lavoro: da un lato la "materialità e il luogo", e dall'altro un'insieme di operazioni come "riciclare, riattivare, rigenerare".
Intendiamo l'emozione come contenuto essenziale e immateriale dell'architettura: i mondi tel-lurici che sogniamo e investighiamo appartengono a uno stato precedente l'esistenza vera e propria dell'architettura, a un momento in cui questa veniva creata dalle condizioni naturali. Ma non basta sognare, visto che prima di tutto l'architettura è materia, oggetto fisico in un de-terminato luogo. La nostra maniera di lavorare su questo oggetto si basa sull'addizione e l'estrazione, di modo che il progetto subisce l'erosione del programma come un elemento mo-dellato con le mani, finché si produce la cristallizzazione, la fusione della forma e del suo lin-guaggio. L'emozione è presente nello stesso metodo di approccio fisico all'oggetto e alla sua tridimensionalità attraverso la modellazione diretta e intuitiva in plastilina. Da qui l'importanza della scelta del materiale. Il materiale deve adattarsi alla strategia del lavoro, poi-ché i parametri di cui si serve l'architetto sono dinamici. In conseguenza del metodo, l'aspetto dell'edificio cambia continuamente, pur senza dimenticare la finalità del progetto: produrre un'emozione sempre decantata attraverso il rigore della ragione.
La razionalità con cui si inizia ogni progetto si basa su una scrupolosa attenzione alle condi-zioni strutturali, costruttive ed economiche grazie alle quali l'architettura sia in grado di inse-rirsi correttamente in un contesto e di mantenervisi. Per questa ragione il nostro lavoro si in-centra nel riattivare le forze latenti nei luoghi. Riutilizziamo quegli oggetti, energie o concetti che siano stati scartati per motivi concreti, cercando sempre una rilettura e una reinterpretazio-ne all'interno dell'esperienza specifica che ciascun progetto presuppone. A volte recuperiamo la memoria di poeti e pittori ingiustamente dimenticati per correggere fenomeni turistici mal-riusciti o rivivificare luoghi abbandonati. Si tratta di restaurare oggetti che, senza aver perduto il loro valore, si sono allontanati dalla loro funzione o di loro luoghi originari.
Intendiamo poi il riciclaggio come un rimettere in circolazione o travasare abitudini e concetti che possono incontrare altre funzioni in accordo con il loro spirito e con il ciclo naturale in cui si trovavano inseriti. Questa continua revisione può supporre uno sguardo rivolto al passato, però mai un atteggiamento nostalgico o ingenuo. Pensiamo a produrre da una prospettiva ra-zionale e tecnologica, ma fabbrichiamo gli oggetti – le architetture – come artigiani, curando la qualità di ogni dettaglio come se fosse fatto a mano.
Grazie al gioco costante fra ragione ed emozione, l'oggetto edificato si trasforma in un essere vivente, che si evolve col passare del tempo. Già non è concepito come un meccanismo, risul-tato della mera addizione di semplici elementi autonomi, bensì come un organo modellato, e-stratto direttamente dalla materia amorfa, che l'architetto deve imparare a valorizzare. Come pure deve saper ascoltare le domande sociali e soddisfare le esigenze economiche che ogni progetto comporta, sperando nella soddisfazione personale che si ottiene nel constatare che ciò che si è ideato e costruito funziona, risolve una situazione o elimina un problema. La buona architettura migliora sempre l'esistente, promuove l'avanzamento sociale e aumenta la qualità della vita. Qui si radica il vero piacere di crearla e l'illusione tanto di sperimentare con essa quanto di viverla e usarla.