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L'architettura ''densa'' di Francisco Mangado

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Il maestro spagnolo sottolinea la necessità di contenuti e il ruolo sociale dell’architettura e diffida dello spettacolo fine a se stesso

“Io credo in un’architettura che va oltre la mera immagine portata avanti dal mercato, abbiamo confuso l’architettura con l’oggetto architettonico e troppo spesso ci si occupa più di stupire che dei contenuti. L’architettura è al servizio della società e non deve dimenticare mai la sua componente ideologica, intesa come contributo ideale, deve andare oltre ad una calligrafia superficiale che è solo apparenza se non c’è il contenuto” La visone etica e sociale del ruolo dell’architetto è ben espressa da queste parole che Francisco Mangado, uno dei più importanti architetti spagnoli contemporanei, ha pronunciato nel corso della Lectio Magistralis organizzata da Marmomacc l’8 giugno scorso al Museo di Castelvecchio di Verona. Due ore nelle quali il maestro spagnolo, potremmo dire, ha scolpito con lucidità estrema la sua visone dell’architettura contemporanea ed ha svelato i percorsi intellettuali che lo hanno portato alla progettazione di alcune delle sue opere più importanti.
“La penisola iberica è una area importante per l’architettura – commenta Vincenzo Pavan professore alla facoltà di architettura dell’Università di Ferrara e curatore della sezione culturale di Marmomacc- che qui si sviluppa con linguaggi diversi in un ambiente condiviso con continuità di pensiero e di azione dando vita ad una “scuola” . Francisco Mangado si è formato in questo contesto e ne è una figura paradigmatica: è legato al territorio, e continua a vivere in provincia a Pamplona, ha aperto fina da giovanissimo un proprio studio. Questa apparente marginalità lo ha fatto crescere in modo coerente e singolare”.
Spiega Mangado: “ A me piace lo spazio pubblico per la capacità di creare connessioni: sono queste connessioni che danno all’architettura il suo valore sociale; mi interessano i legami con il territorio, ogni progetto deve nascere tenendo conto del contesto geografico, fisico, storico e sociale in cui si trova. Per questo non sono interessato a sviluppare un mio stile. Credo che la ricerca di una identità immediatamente riconoscibile sia solo un modo per strizzare l’occhio al mercato e porti a dei codici che si ripetono indipendentemente dal luogo in cui ci si trova.” Questo approccio porta ad un’altra inevitabile conclusione: “ L’architettura deve riappropriarsi del concetto di interdisciplinarietà che è sempre esistito nella storia – spiega Mangado- perché la curiosità è un requisito fondamentale per fare questo lavoro e a me interessano i legami interdisciplinari perchè migliorano la nostra performance architettonica”
“Mangado lavora con tutti i materiali – conclude Vincenzo Pavan- e di ognuno individua le caratteristiche peculiari, ma nel caso della pietra, che impiega largamente- e del resto quella spagnola è l’architettura di pietra più diffusa in Europa- c’è un dialogo continuo tra la materializzazione e la smaterializzazione delle superfici: grandi pareti ruvide a cui si contrappongono superfici di vetro o aperture, vuoti, che mettono il relazione con l’interno e scolpiscono con la luce i volumi”;
All’incontro hanno portato i loro saluti il vicepresidente di VeronaFiere, Claudio Valente, l’assessore alla cultura del Comune, Erminia Perbellini e Arnaldo Toffali, Presidente dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Verona.


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Verona, 20/06/2011

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